Quando un gruppo di esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite è costretto a usare l’espressione «crimini contro l’umanità» per descrivere ciò che uomini ricchissimi e potentissimi hanno fatto a donne e bambine vulnerabili, ci domandiamo che cosa sta accadendo alle democrazie occidentali.
In verità, non si tratta di una dichiarazione formale dell’ONU nel suo complesso. È il pronunciamento di un gruppo di esperti indipendenti che, a febbraio 2026, dopo aver scandagliato milioni di pagine degli Epstein Files, hanno affermato che alcuni dei crimini documentati potrebbero «ragionevolmente rientrare nella soglia legale dei crimini contro l’umanità». Una distinzione tecnica, ma che non attenua in nulla la gravità di ciò che descrivono. Anzi, la amplifica. È la valutazione sobria di esperti di diritto internazionale davanti a prove che, nelle loro stesse parole, hanno «scioccato la coscienza dell’umanità».
Il clima culturale: razzismo e suprematismo
Gli esperti ONU non si limitano a elencare i crimini. Affondano lo sguardo nel clima culturale in cui le élite coinvolte vivevano e che continuamente riproducevano. Un contesto, scrivono, caratterizzato da «ideologie suprematiste, razzismo, corruzione, misoginia estrema e dalla mercificazione e disumanizzazione di donne e ragazze provenienti da diverse parti del mondo».
Sono parole che richiedono di essere comprese nel loro peso pieno. Razzismo significa credere nell’esistenza di razze superiori e razze inferiori — cioè non credere nell’uguaglianza fondamentale tra gli esseri umani. La conseguenza logica è brutale: le razze «inferiori» non hanno gli stessi diritti. Possono anche non avere diritti. Suprematismo significa andare oltre: la razza bianca occidentale e ricca è la razza che deve dominare, un’eco sinistra della vecchia ideologia ariana, riformulata nel lessico asettico della Silicon Valley e della finanza globale. Non tutti i bianchi sono inclusi in questa élite autoproclamata. In altre parole, la maggior parte della popolazione occidentale rimane fuori.
In questo contesto ideologico, i corpi delle vittime — ragazze giovani, spesso vulnerabili, spesso di colore, spesso povere — non erano persone. Erano risorse. Merce. Materiale biologico da consumare e scartare. Le violazioni citate dagli esperti — schiavitù sessuale, tortura, violenze riproduttive, ingravidamento forzato, sparizioni forzate, femminicidi — non sono una lista di reati. Sono il catalogo di ciò che accade quando un’ideologia di superiorità assoluta incontra il potere assoluto e l’impunità assoluta.
«Così grave è la portata, la natura, il carattere sistematico e la dimensione transnazionale di queste atrocità contro donne e ragazze, che alcune di esse possono ragionevolmente raggiungere la soglia legale dei crimini contro l’umanità.»
— Esperti indipendenti del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, febbraio 2026
Gli esperti sottolineano che lo sfruttamento è avvenuto in una percezione di assoluta impunità. E lanciano un avvertimento che non può essere ignorato: se gli Stati non perseguiranno i responsabili in modo doveroso e completo, verranno minate le basi stesse della democrazia. Perché un principio fondamentale della democrazia è che la legge è uguale per tutti. Senza uguaglianza, non può esserci democrazia. È un principio antico, elementare, scritto nelle costituzioni e nelle dichiarazioni dei diritti.
Gli esperti si chiedono come una rete simile abbia potuto «prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche» di diversi Paesi. Non è un mostro isolato, è una storia di sistema. Epstein è prosperato in un modello sociale. Ora le élite lo hanno scaricato (forse, come vedremo dopo, lo hanno ucciso). Ma il re (come diversamente chiamare l’1% della popolazione) è nudo?
Le voci delle vittime
Le donne usate per soddisfare i peggiori istinti di questi uomini sono vittime solo ai nostri occhi. Ai loro non lo sono. Sono solo cose.
Virginia Giuffre
Virginia Giuffre è stata la voce più nota e coraggiosa. Reclutata a 17 anni da Ghislaine Maxwell mentre lavorava come addetta alla spa di Mar-a-Lago, fu introdotta nel sistema di Epstein con l’inganno di un impiego come massaggiatrice. Quando arrivò nella villa del finanziere, raccontò:
«Sembravano persone piacevoli, quindi mi fidai di loro, e dissi loro che avevo vissuto un periodo davvero difficile — ero scappata di casa, avevo subito abusi sessuali, abusi fisici. Quella fu la cosa peggiore che potessi dir loro, perché ora sapevano quanto ero vulnerabile.»
In un’intervista alla BBC nel 2019, Giuffre descrisse di essere stata trafficata da Epstein ai suoi potenti amici, sentendosi passare di mano in mano «come un piatto di frutta». Nella sua testimonianza sull’ex principe Andrea — poi arrestato nel febbraio 2026 — disse di aver vissuto «un’epoca malvagia e davvero spaventosa» in cui non riusciva «a capire come, ai massimi livelli del governo, persone tanto potenti» potessero comportarsi così.
Nel suo memoir postumo Nobody’s Girl, Virginia ha scritto:
«Sì, ho subìto degli abusi. Il mio corpo è stato usato in modi che mi hanno provocato danni profondi. Ma le ferite peggiori che Epstein e Maxwell mi hanno lasciato non furono fisiche, bensì psicologiche.»
Virginia Giuffre si è tolta la vita il 25 aprile 2025, a 41 anni. Aveva combattuto per decenni — per sé stessa e per tutte le altre. La sua ultima battaglia, prima di morire, era una proposta di legge per eliminare la prescrizione per le vittime adulte di abusi sessuali. Non è riuscita a vederla approvata. Dopo l’arresto dell’ex principe Andrea, la sua famiglia ha dichiarato: «Finalmente i nostri cuori spezzati sono stati sollevati dalla notizia che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno la famiglia reale.»
Maria Farmer e le altre
Maria Farmer è stata una delle prime a denunciare, già negli anni Novanta. Aveva riferito all’FBI che Epstein organizzava feste in piscina con ragazzine giovanissime. Le sue dichiarazioni non produssero alcun risultato. I suoi avvocati hanno poi chiesto pubblicamente: «Dov’è il resto del fascicolo dell’FBI di Maria Farmer? Dove sono i registri delle denunce che così tante altre donne hanno presentato all’FBI? E perché il Dipartimento di Giustizia nasconde i nomi dei colpevoli mentre espone quelli delle vittime?»
Dai file emergono anche le voci anonime di vittime non identificate. In una registrazione telefonica, una ragazza già intrappolata nella rete ne reclutava un’altra dicendole: «Più ne fai, più vieni pagata.» Una frase che descrive meglio di qualsiasi analisi come il sistema si autoalimentasse, trasformando le vittime stesse in ingranaggi della propria oppressione. È il marchio delle schiavitù più sofisticate: fare in modo che le catene non si vedano, e che a tenerle siano le mani degli stessi prigionieri.
Virginia Giuffre ha trasformato la sua testimonianza in una battaglia legale durata anni, dando forza ad altre donne come Sarah Ransome e Annie Farmer. Così una vicenda di cronaca è divenuto un caso di portata globale.
La morte di Epstein: suicidio o esecuzione?
Il 10 agosto 2019, Jeffrey Epstein fu trovato morto nella sua cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, poche settimane dopo il suo nuovo arresto per traffico sessuale di minori. Il medico legale Barbara Sampson concluse: impiccagione per suicidio. Il Dipartimento di Giustizia e l’FBI confermarono.
Ma ci sono elementi che non tornano. Non sono voci di corridoio: sono anomalie documentate, alcune delle quali emerse solo con la pubblicazione degli Epstein Files nel 2026.
Il dottor Michael Baden, uno dei patologi forensi più stimati degli Stati Uniti, presente all’autopsia come consulente della famiglia, ha affermato che le lesioni al collo di Epstein non erano compatibili con la trama liscia di un lenzuolo, e che le fratture ossee riscontrate erano raramente associate, nei testi di medicina legale, a un atto di autolesionismo. Baden ha chiesto formalmente la riapertura delle indagini. Va detto che nel 2024 una commissione di sei patologi forensi senior ha confermato a maggioranza la tesi del suicidio — quattro voti contro due indecisi. Ma «a maggioranza» non è certezza.
Il fratello di Epstein, Mark, ha denunciato una irregolarità procedurale grave: il medico legale Barbara Sampson, che firmò la conclusione di suicidio, non aveva mai visto il corpo, non era presente durante l’autopsia e non aveva visto la scena del crimine. Il certificato iniziale di morte riportava, alla voce causa del decesso, la dicitura «in attesa di ulteriore studio». Pochi giorni dopo arrivò il verdetto definitivo.
Tra i nuovi documenti pubblicati nel 2026 emerge poi un dettaglio mai reso pubblico: alle ore 22:39 del 9 agosto 2019, poco prima della morte, le telecamere di sorveglianza ripresero una figura non identificata — una «sagoma arancione», come l’ha definita Baden — mentre risaliva le scale verso il settore isolato dove Epstein era detenuto. Nella stessa notte, i due agenti di custodia addetti alla sorveglianza erano entrambi addormentati, non effettuarono i controlli obbligatori ogni trenta minuti, e in seguito patteggiarono per aver falsificato i registri, evitando il processo.
Mark Epstein, intervistato dal Corriere della Sera, è stato netto: «Mio fratello non aveva alcuna intenzione di togliersi la vita, voleva difendersi per scagionarsi, e io resto convinto che sia stato ucciso.» E alla domanda se credesse che il fratello fosse stato eliminato per quello che sapeva — informazioni compromettenti su decine di potenti — ha risposto con una sola parola: «Sì, esattamente.»
Non esiste una prova diretta di omicidio. Ma un uomo che avrebbe potuto fare i nomi di centinaia di persone influenti è morto in circostanze opache, in una prigione federale di massima sicurezza, mentre le guardie dormivano, le telecamere mostravano figure misteriose e il medico legale firmava un referto senza aver visto il cadavere.
I nuovi imperatori: da Tiberio a Little Saint James
C’è un filo sottile che unisce le ville di Epstein alle isole private della storia, ai palazzi imperiali di Roma. Non è un filo metaforico: è la stessa logica del potere assoluto che si manifesta, attraverso i secoli, con le stesse forme.
Gli imperatori romani erano, de iure o de facto, al di sopra di qualsiasi norma — erano loro stessi la legge. Le élite emerse dagli Epstein files non erano imperatori, ma avevano costruito qualcosa di funzionalmente equivalente: una rete di protezioni, connessioni, accordi, ricatti e silenzi comprati che li rendeva intoccabili. Quando nel 2008 Epstein patteggiò 13 mesi con regime di semilibertà per crimini che avrebbero mandato in carcere a vita chiunque altro, stava godendo di un’immunità sostanzialmente imperiale.
Caligola e Nerone sono i casi più citati quando si parla di perversione del potere nell’antichità. Le fonti antiche — Svetonio, Cassio Dione, Tacito — li descrivono come uomini che usarono il potere per rimuovere ogni freno alle proprie pulsioni, sessualizzando la violenza come strumento di dominio e umiliazione. Non si trattava di semplice lussuria: era la performance del potere illimitato, il messaggio che nessun corpo era al sicuro. Nel caso Epstein emerge qualcosa di strutturalmente simile: le ragazze non venivano soltanto abusate per piacere, ma usate come strumento di costruzione del potere — per legare a sé uomini potenti attraverso la complicità, creare materiale compromettente, cementare gerarchie. Il corpo delle vittime era moneta di scambio.
Il paragone più inquietante è con Tiberio. Svetonio racconta che dopo il suo ritiro nell’isola di Capri, l’imperatore vi costruì un sistema di abusi su minori, che definiva con un eufemismo osceno i suoi «pesciolini». Un’isola privata, lontana da ogni giurisdizione, dove il potere si manifestava nella forma più brutale: la disponibilità assoluta dei corpi altrui. L’isola privata di Epstein, Little Saint James — soprannominata «Pedophile Island» — è un’eco quasi letterale di questo schema. La geografia dell’impunità è identica attraverso i millenni: si costruisce uno spazio dove le regole non arrivano.
C’è poi un elemento meno visibile ma forse più importante: il sistema di controllo. Domiziano usava una rete di informatori e delatori per tenere in scacco il Senato — chi era compromesso non poteva tradire, chi non era compromesso veniva sorvegliato. Tacito descrive un clima di terrore paralizzante, dove tutti sapevano e nessuno parlava. I file Epstein suggeriscono qualcosa di analogo: telecamere nascoste nelle ville, materiali archiviati meticolosamente, schedari con informazioni sulle ragazze. Non solo il lascito di un predatore sessuale: l’architettura di un sistema di ricatto. Chi entrava nella rete diventava vulnerabile. E chi era vulnerabile diventava silenzioso.
C’è però una differenza strutturale che rende il caso Epstein, per certi versi, più inquietante degli imperatori romani. Caligola e Nerone erano riconoscibili come potere: la loro tirannia aveva un volto, un nome, una carica. Quando divennero insostenibili, vennero eliminati. Il sistema aveva, per quanto brutali, dei meccanismi di correzione.
Le élite del caso Epstein erano invece invisibili. Non erano imperatori: erano uomini in giacca e cravatta che si facevano fotografare con presidenti, vincevano premi, finanziavano università, sedevano nei consigli di amministrazione delle più grandi istituzioni del mondo. La loro impunità non aveva bisogno di eserciti: aveva bisogno di avvocati, accordi riservati, giornali silenziosi e procuratori compiacenti. È una forma di potere molto più difficile da riconoscere e da combattere, perché non si presenta come tirannia — si presenta come normalità.
Tacito scrisse dell’era di Domiziano: «Raramente si trovano uomini che reggano la prosperità con eguale moderazione della sventura.» Forse la domanda che dovremmo farci oggi è: fino a quando potremo definire il nostro sistema politico democrazia?
Il caso Chomsky: quando persino i critici vengono cooptati
C’è una storia dentro la storia degli Epstein Files che è forse la più istruttiva — e la più dolorosa per chi ha creduto nell’intellettualità critica come argine al potere. È la storia di Noam Chomsky.
Chomsky, 97 anni, è stato per decenni la voce più autorevole della critica radicale al potere americano. Il suo Manufacturing Consent ha insegnato a generazioni di lettori come il potere costruisca consenso, coopti il dissenso, colonizzi le istituzioni. Eppure i file del Dipartimento di Giustizia mostrano che Chomsky e Epstein corrispondevano frequentemente lungo tutti gli anni 2010, discutendo di argomenti personali e intellettuali. Non era un contatto fugace: era un rapporto coltivato nel tempo, con incontri, regali, cene.
Il momento più imbarazzante emerge da un’email del febbraio 2019. Epstein, poche settimane dopo che il Miami Herald aveva pubblicato l’inchiesta che documentava la sua rete di traffico sessuale, scrisse a Chomsky per chiedergli consiglio su come gestire la cattiva stampa. Chomsky rispose lo stesso giorno, con simpatia, esortandolo a ignorare le notizie e a non commentare. Quell’email fu poi inoltrata da Epstein a un avvocato e a un addetto stampa, usata come strumento reputazionale.
La moglie di Chomsky, Valeria, ha riconosciuto «gravi errori di giudizio». Ha spiegato che Epstein si era presentato come filantropo e sostenitore della scienza, e che aveva sfruttato il noto scetticismo di Chomsky verso la cancel culture per presentarsi come vittima di una persecuzione mediatica. Ma questa spiegazione, per quanto parzialmente credibile, non basta. Nel 2019, la reputazione di Epstein era già irrimediabilmente compromessa da un’inchiesta giornalistica seria e documentata. Non era più questione di «cattiva stampa».
Cosa attraeva Chomsky? I file lo mostrano con chiarezza. Epstein gli offriva accesso: a diplomatici, a reti internazionali, a interlocutori altrimenti irraggiungibili. Facilitò, ad esempio, un incontro con un diplomatico norvegese che aveva avuto un ruolo centrale negli Accordi di Oslo — una delle ossessioni intellettuali di Chomsky. Ma quale sia stata la fascinazione reale non lo sappiamo. Forse poter continuare ad affacciare lo sguardo sull’orrore del potere, avere il privilegio di vedere, non per morbosa curiosità, ma per desiderio di sapere, può aver giustificato la consuetudine con Epstein.
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«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Così hanno scritto gli esperti dell’ONU. Ma attenzione a chi sono le vittime. In modi diversi il neocapitalismo ci tratta come cose. Detta con un certo eccesso di enfasi: Siamo tutti Virginia Giuffrè.
«Prendeteci sul serio. Siamo importanti.»
Virginia Giuffre


