Forse lo abbiamo dimenticato, ma il riconosciuto valore delle cucina italiana non è legato solo alla dieta mediterranea, già riconosciuta patrimonio UNESCO nel 2010, ma a quella pratica, un tempo assai comune, di ritrovarsi a tavola tutti insieme a una certa ora dopo una giornata di lavoro o di trattenersi nelle cerimonie a mangiare fin quasi a sera. Quell’alzarsi da tavola pieni come otri dopo quattro ore di pranzo per la comunione della nipotina o quel pretendere testardo che a cena si mangi tutti insieme, ecco, questo è ciò che l’UNESCO ha ritenuto patrimonio immateriale da difendere e tutelare.
Certo, non solo, anche quell’insieme di pratiche culinarie tramandate di generazione in generazione, che abbiamo visto applicare seduti ai tavoli di cucina mentre le nonne, e per alcuni le madri, impastavano gli gnocchi, cuocevano le crescentine, giravano pazientemente il brasato, ecc., ecc.
Questi sono patrimoni immateriali che l’umanità non può perdere. Pratiche sociali davanti alle quali il piacere del palato diventa un fatto del tutto marginale. E anche la fissazione per i corsi di cucina, per le trasmissioni tenute da chef stellati.
Non importa che cosa mangi, ma come lo mangi. Insieme agli altri, nell’alveo di una tradizione fatta di donne (più raramente di uomini) che possedevano un sapere non imparato sui libri (a parte l’Artusi), ma per questo non meno prezioso.
Se però l’UNESCO ha dichiarato la cucina italiana patrimonio immateriale dell’umanità non è in fondo e davvero una buona notizia. Tale dichiarazione ha lo scopo di proteggere e di difendere, di tutelare, qualcosa che si sta perdendo, che la inesorabile macina del sistema economico e sociale sta triturando e spazzando via insieme a bellezze naturali, culture indigene e specie animali in via d’estinzione.
Questa distruzione avviene su entrambi i fronti: le pratiche culinarie e la dimensione sociale della tavola, che in Italia non è mai stata solo un mobile, ma, come si diceva, un desco, “il sacro desco”.
Omologazione dell’industria alimentare, potere della pubblicità, ricerca scientifica sui ricettori del gusto. S’incastrano perfettamente con la cronica mancanza di tempo, con il fatto che il tempo libero è letteralmente “perduto” davanti ai cellulari o dentro interminabili serie televisive. Le pratiche culinarie sono sbrigative e superficiali, insensate, mirano solo a soddisfare il bisogno biologico e non c’è più nulla del rito nello stare a tavola (“il sacro desco”).
Se non c’è rito, se mangiare è solo una necessità biologica, non ha più senso urlare contro i figli perché si intrattengono in camera loro mentre papà e mamma sono a cena. Non ha più senso pretendere che nessuno si alzi da tavola fino a quando la cena-rito non è finita o che si debba attendere che ognuno torni dal lavoro, dalla palestra prima di sedersi a tavola perché, caschi pure il mondo, si deve cenare tutti insieme.
Forse la ricerca di un mondo più umano potrebbe partire da qualcosa di molto semplice: tornare a mangiare insieme intorno a un desco.
Grazie UNESCO (fa anche rima!) che ce lo hai ricordato.


